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Genova

Venerdì 09 aprile 2021 - 12:00

Quaderno N. 17 - SMART WORKING E TELELAVORO: LA NUOVA FRONTIERA

Il nuovo decennio ha portato con sé fin dai primissimi mesi una lunga serie di cambiamenti destinati ad avere un fortissimo impatto sulla vita di tutti, sia dal punto di vista personale che professionale. Lo scoppio della pandemia ha portato a rivedere tutte le pianificazioni e qualunque proiezione di  dati formulata in precedenza è stata resa nulla, dato che nessuno aveva comprensibilmente messo in conto che si sarebbe potuto aprire uno scenario quasi distopico. Eppure è proprio ciò che è successo, e la necessità di apportare grandi cambiamenti in pochissimo tempo, accompagnata dalla grande incertezza legata al virus e all'evolversi dell'emergenza sanitaria, ha messo in crisi moltissime aziende in tutto il 
mondo. In Italia, le parole telelavoro e lavoro agile - quest'ultimo più spesso indicato come smart working - hanno così conosciuto una larghissima diffusione, soprattutto dopo l'entrata in vigore del D.P.C.M. del 9 marzo 2020, che ha imposto forti misure restrittive sull'intero territorio nazionale. Durante il lockdown (altra parola entrata nel linguaggio comune per la pandemia) solamente i lavoratori delle imprese dei settori produttivi essenziali hanno potuto continuare a operare in loco, dovendo comunque adattarsi alle nuove misure di prevenzione igienico-sanitarie; tutte le altre attività hanno potuto continuare ad essere svolte solamente da remoto. Va comunque detto che la definizione di "settore essenziale", fornita per la prima volta nel D.P.C.M. del 22 marzo 2020, è stata poi ampliata in quello del 4 maggio successivo, che ha allentato le misure di contenimento segnando l'inizio della riapertura - e quindi, nella maggior parte dei casi, al rientro sul posto di lavoro, sempre con le dovute precauzioni igienico-sanitarie. Nel periodo tra marzo e maggio 2020 sono così venuti al pettine molti nodi: sebbene i concetti di telelavoro e smart working non fossero sconosciuti in precedenza (nel 2019 l'Osservatorio del Politecnico di Milano censiva 
570 mila smart workers1 ), essi improvvisamente non hanno più rappresentato un'alternativa, bensì l'unico modo per poter mandare avanti l'attività, e dal momento che il numero dei lavoratori nei settori produttivi non essenziali per il D.P.C.M. del 22 marzo superava abbondantemente i 7 milioni (senza contare le deroghe per i settori essenziali), è facile immaginare le proporzioni delle problematiche che si sono presentate e, di riflesso, il panico degli imprenditori. Tuttavia, è importante sottolineare che telelavoro e smart working non riguardano solo le aziende private, ma anche la pubblica amministrazione: nel 2018 solo l'8% degli enti pubblici aveva avviato progetti strutturati di smart working, contro il 56% delle grandi imprese private2. Non risultava quindi raggiunto l'obiettivo della Legge 124/2015 (Riforma Madìa), ovvero far lavorare con modalità di lavoro agile almeno il 10% dei dipendenti 
pubblici entro 3 anni3 . Nel luglio del 2019 è stata depositata in Senato una proposta di legge con l'obiettivo di raggiungere il 30% nel giro di due anni4 , ma anche in questo caso i piani sono stati stravolti dall'avvento del Coronavirus, che ha imposto una decisa accelerazione: se a gennaio 2020 i lavoratori pubblici in smart working erano appena l'1,7%, a maggio si è toccato il picco con percentuali oltre l'87% per le amministrazioni centrali5 . 

Continua..
 

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